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Gli immigrati e i loro figli nel mercato del lavoro italiano

I lavoratori immigrati stranieri sono stati tra i più colpiti dalla crisi, inoltre mancano politiche di integrazione coordinate a livello nazionale. L’Italia dovrebbe impegnarsi per favorire l’integrazione degli immigrati e dei loro figli nella società e far sì che acquisiscano le capacità necessarie per migliorare le loro prospettive lavorative e i loro salari.
Questo, in sintesi, afferma l’Ocse nel suo rapporto “Lavoro per gli immigrati: l’integrazione nel mercato del lavoro in Italia”, predisposto su richiesta del CNEL con il contributo economico del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.





Ecco, in sintesi, alcuni punti quanto emersi dallo studio:
  • Insieme alla Spagna, l'Italia è il paese dell'OCSE con la più alta crescita annuale della popolazione immigrata regolare fin dall'inizio degli anni 2000: secondo i dati OCSE, si tratta di circa 4,5 di persone, che rappresentano quasi l'11% della popolazione in età lavorativa (15-64 anni), spinte alla migrazione, inizialmente, dalla ricerca di occupazione e, successivamente, da ricongiungimenti familiari e ragioni umanitarie. Oggi si assiste ad una crescente presenza di figli di immigrati nati in Italia.
  • I primi gruppi di migranti provenivano dall'area UE, dal Nord Africa e dalle Filippine. Dalla caduta della cortina di ferro e con l'allargamento dell'UE, gli immigrati di origine europea, soprattutto Albanesi, Rumeni ed ex-Jugoslavi, costituiscono oggi più della metà della popolazione immigrata in Italia.
  • Il sistema dei permessi, attualmente, fa sì che venga concesso uno status temporaneo prolungato solo al 50% circa degli immigrati extracomunitari; l'altra metà deve affrontare un percorso lungo e incerto per la naturalizzazione. Le stesse procedure per l'acquisizione della cittadinanza, introdotte da riforme recenti, sono molto rigide rispetto ad altri Paesi OCSE.
  • Nel contesto socioeconomico italiano, caratterizzato da bassa crescita e crescente disoccupazione, gli immigrati sono diventati una componente strutturale della forza lavoro, soprattutto nel settore edile (50% dei lavoratori immigrati uomini) e in quello dei servizi domestici e assistenziali (50% delle donne immigrate occupate), settori che più di altri stanno subendo gli effetti della recessione.
  • I tassi di occupazione della popolazione immigrata in Italia, di gran lunga al di sotto della media OCSE, sono superiori rispetto a quelli degli autoctoni, con un'altissima incidenza di lavoro sommerso e irregolare, sfruttamento e discriminazione: gli immigrati sono sproporzionalmente impiegati in lavori precari, poco qualificati e sottopagati e spesso vittima di discriminazione e licenziamenti selettivi, con poche possibilità di accedere a lavori più qualificati; e ciò vale anche per quella parte di loro (il 10%) classificati come altamente qualificati, che rappresentano l'unico gruppo con tassi di occupazione più bassi rispetto ai nativi.
  • Qualche miglioramento delle condizioni lavorative si registra grazie ad una significativa mobilità Sud-Nord, nonostante le maggiori opportunità occupazionali per gli immigrati rispetto ai nativi continuino a trovarsi nel Meridione d'Italia.
  • A partire dal 2007 la disoccupazione ha colpito soprattutto gli stranieri meno istruiti, attestandosi nel 2012 al 12,6% per gli uomini e al 15,9% per le donne, in qualche modo protette dal persistere della domanda nei settori dei servizi domestici e alla persona.
  • La metà degli stranieri di età compresa tra i 15 e i 34 anni, arrivati in Italia tra i 6 e i 15 anni, che rappresentano la maggior parte dei giovani di origine straniera, ha un livello di istruzione, nel migliore dei casi - sostiene OCSE - equivalente al livello di istruzione secondaria di primo grado. Il passaggio alla scuola superiore non è facile per i giovani immigrati e, inoltre, solo otto regioni (dati ISFOL) consentono agli studenti immigrati con qualifica professionale post-triennale di accedere ad un quarto anno di formazione e solo due regioni al quinto anno.
  • Contemporaneamente si registra tra i figli di immigrati un crescente tasso di abbandono scolastico ed una percentuale di NEET - Not (engaged) in Education, Employment or Training - cioè individui che non sono impegnati nel ricevere un'istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano] pari a 1/3 degli immigrati di età compresa tra i 15 e i 24 anni.
  • A causa del carattere recente di gran parte dell'immigrazione in Italia, alcuni aspetti delle infrastrutture per l'integrazione sono meno sviluppati che nella maggior parte dei Paesi con una lunga esperienza di immigrazione alle spalle. Il quadro antidiscriminazione, ad esempio, o le misure per la formazione linguistica risentono della dimensione fortemente regionale dell'immigrazione e dell'integrazione nel mercato del lavoro, nonché della mancanza di coordinamento a livello nazionale e del moltiplicarsi di attori a livelli regionali e locali. Si tratta spesso di progetti localI, di piccole dimensioni e di breve durata: non vi sono programmi nazionali che prevedano alcun tipo di formazione linguistica orientata al mondo del lavoro.
Per approfondire l'argomento cliccare sul link che segue per leggere il Rapporto in versione integrale:
SOCIETA' - GLI IMMIGRATI E I LORO FIGLI NEL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA


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